Foto grafie - Tempo grafie
EVENTO 11
Mostra fotografica
dal 5 al 20 dicembre 2025
9.00-12.00 / 14.00-17.00
Spazio Ladico – Via Cavour 5, Oggiono
Ingresso gratuito
L’idea
Cogliere l’attimo, immortalarlo per renderlo eterno e liberarlo dall’inesorabile destino che il tempo gli riserva.
E’ un esercizio caro al pensiero umano che si ritrova sin dalla notte dei tempi a doversi confrontare, o per meglio dire scontrare, con l’effimerità della propria esistenza.
L’abbagliante luce che irrompe nel sonno di Costantino, la perturbante nebbia che avvolge la rocciosa seduta della Vergine, il fulmine che irrompe in lontananza come un funesto presagio, il fulmineo apparire di una barbuta testa mozzata, il commovente calore dell’instabile lume di domestiche candele, l’evanescenza della foschia ai piedi del viandante, il rumore di grilletti che di lì a breve tingeranno di rosso lo scompigliato bianco della camicia al vento… in ogni secolo l’arte figurativa si è sempre nutrita del tentativo di vestire il soggetto dell’opera con l’inestimabile preziosità propria dell’attimo (come i citati lavori di Piero della Francesca, Leonardo, Giorgione, Caravaggio, De la Tour, Friederich, Goya… ci hanno testimoniato con tutta la loro travolgente forza).
Quasi un’ossessione, fino ad arrivare al novecento, in cui è lo stesso vestito a divenire soggetto. Ed ecco Monet che con le serie infinite di ninfee e le molteplici cattedrali giunge alla rivoluzione copernicana in cui il fulcro non è più ciò che si ritrae ma ben sì l’attimo esperito dall’artista nel momento in cui l’opera viene eseguita. L’istante diviene il vero protagonista; la luce il suo indissolubile gregario, capace di concretizzarne l’unicità e di interpretare un medesimo soggetto sempre in maniera nuova, inaspettata e personale. Rivoluzione copernicana che introduce di diritto la neonata fotografia nei manuali di storia dell’arte.
E dopo? Cosa può esserci oltre la cattura dell’istante decisivo?
L’artista
Diplomato in violino al Conservatorio di Milano, unisce la professione musicale alla fotografia, che pratica portando la macchina fotografica in ogni tour, in Italia e all’estero.Ha realizzato una serie di oltre 150 ritratti di musicisti, fotografati con la luce delle candele. Una selezione di questi scatti è stata pubblicata sulle riviste Perimetro e Fotomen.
Le sue foto sono state utilizzate per copertine di dischi e locandine di vari artisti. Parallelamente, si dedica alla sperimentazione di tecniche antiche di stampa, come le “incisioni” e le “ciaotipie”.
È curatore della rassegna “Palazzo Marino in Musica”, per la quale coordina una sezione dedicata alla fotografia in collaborazione con Gallerie d’Italia, Publifoto e diverse gallerie milanesi.
Le fotografie
Ecco che come fotografo, ammaliato dalla splendente pulizia, perfezione, velocità e leggerezza della più recente tecnologia digitale ad altissima definizione, decide di farla propria per investigare l’opaco, il nascosto, l’incerto, il vago, ovvero il confine fra visibile e non visibile. E il gesto veloce dello scatto, contrasta col tempo d’esposizione reso lento. E la luce, che ogni fotografo vorrebbe copiosa, rifugge l’artificio elettrico che riveste la realtà di una patina falsamente uniforme per tornare alla pratica rinascimentale dell’illuminotecnica a candela, capace di dare vita a scenari di caravaggesca memoria, illuminando la scena di una luce mai fissa, mai uguale a se stessa, di una luce viva. E come non può esserci vita senza la sua inseparabile compagna morte, ecco apparire preponderante l’ombra. E l’indagine trova campo fertile nell’investigare questo dualismo luce/ombra, definito/indefinito, esplicito/implicito, rapido/lento. Da qui l’inevitabile necessità di abbandonare il colore per affidarsi all’asciuttezza inesorabile del bianco e nero.
Ne nasce una fotografia dal tempo sospeso, che si disinteressa della sua natura di strumento capace di immortalare l’attimo, per divenire, attraverso la sovversiva, quanto fragile, potenza espressiva di una luce mai ostentata, strumento di intima emozione.
Le incisioni
Il passaggio successivo e quello di un Davide Santi incisore. Abitando il mondo appena scoperto fatto di luci e di ombre, di bianchi e di neri, ecco che l’essenzializzazione si fa ancora più radicale. L’immagine scompare, la luce scompare, e ci accorgiamo che rimane solo il tempo. Ed ecco un campo bianco ipoteticamente infinito prendere forma ed espressività grazie al confronto con la periodicità e il ritmo di piccole zone d’ombra accuratamente circostanziate. Qui l’opera è come venisse privata totalmente della luce, la quale però torna protagonista esterna nella contemporaneità, come compagna di osservazione del fruitore nel momento in cui il fruitore osserva l’opera, delineando ombre e linee che appaiono e dispaiono a seconda del punto di osservazione, a seconda
dell’intervento della luce in tempo reale. E’ così che la contemporaneità dialoga in modo attivo con un gesto passato, che in quel momento di luce (o meglio di ombra) torna ad essere intaccato da un baleno di vita. Piccoli gesti, lievi che si muovono sereni come felici di essersi spogliati del superfluo. E disimpegnati giocano con noncuranza delineando spazi, ma anche ritmi e pulsazioni cangianti, come in una musica muta, in una danza interiore.
Le cianotipie
Anche l’ultima fase artistica di Davide Santi parte da una reinterpretazione di una tecnica antica: la stampa fotografica della cianotipia. Così come successo per le incisioni, anche le cianotipie nascono come inevitabili conseguenze del peregrinare precedente.
Se le fotografie vedevano come protagonista la luce, le incisioni il tempo, le cianotipie si possono infatti considerare a pieno titolo come la summa di queste due indagini, ovvero il perfetto incontro fra le grafie della luce e le grafie del tempo.
La luce torna al centro dell’indagine. Questa volta non come strumento capace di enfatizzare profondità ed interesse nel soggetto, ma come generatore di soggetto tout-court. E la cosa sorprendente è che in questo doppio salto carpiato ritroviamo inaspettato e preponderante il dialogo col tempo questa volta non più come istante, brandello di vita da catturare, ma come dato di fatto ineluttabile, compagno di vita inseparabile della luce. Luce in quanto luce, epurata dalla sua funzione, esperita nella sua essenza.
Tempo in quanto tempo, epurato dalla sua umanità, calato nella sua essenza. E quel blu così inebriante che subito ci cattura e che sembra portarci in tutt’altro mondo rispetto al severo bianco e nero, non è che un effetto collaterale dell’imperterrito perorare la propria ricerca d’artista. In questa tecnica, il colore nasce infatti dalla reazione fotosintetica di una miscela di due sali ferrici che, stesi su di un supporto successivamente esposto alla luce solare, acquistano il caratteristico colore blu (o meglio ciano).
Più raggi solari riceve la preparazione, più intenso sarà il pigmento.
Un’esposizione al sole mattutino avrà tutt’altro esito che una vespertina. Così il blu d’inverno non sarà mai come il blu d’estate. Anche il tempo inteso come durata gioca un ruolo fondamentale: un minuto di esposizione, sortirà tutt’altro effetto che un’ora.
Inaspettatamente il cosmo irrompe nella creazione artistica. Perielio e afelio, bonaccia e rovesci, migrazioni e rimpatri ornitologici… e l’artista nel suo studio come un sarto chiamato a trovarne una chiave di lettura. Culmine attuale di questa utopia, la serie di fanghi cianotipici aperti, in cui l’artista decide volutamente di non fissare l’esito della bruciatura solare col risciacquo, donando così al pubblico un’opera viva, mai uguale a se stessa, in un costante infinito dialogo col contesto che la ospita.
Dopotutto è il medesimo antico tentativo di fissare un istante per interrogarsi sulla nostra natura transitoria di cui parlavamo all’inizio. Ma la sublimazione del confortevole umano appiglio del soggetto, ci spiazza e disorienta concedendoci l’illusione di intuire giusto un brandello di in-finito. Di sentirne per un attimo il profumo, coi suoi interminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete, con la speranza e l’augurio che almeno per un poco il cor ci si spauri.